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“Mise en abyme”: quando il pubblico contempla il pubblico in contemplazione

Durante una delle mie gite fuori porta attraverso tragitti artistici alternativi, mi sono ritrovata a contemplare un quadro al cui interno una piccola folla contemplava un quadro, coinvolgendomi a attivamente nella messa in scena di una mise en abyme da manuale!

La mise en abyme (letteralmente “messo in abisso”) è un espediente tramite il quale un’opera (letteraria, teatrale, cinematografica, pittorica, scultorea, fotografica…) contiene in sé la medesima opera o un’altra ad essa somigliante per poetica o intenti.


Il modo più semplice per spiegare questa figura retorica è attraverso il ricorso a una filastrocca per bambini, la quale recita: C’era un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva “Raccontami una storia” e la storia incominciò: C’era un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva “Raccontami una storia” e la storia incominciò: C’era un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva “Raccontami una storia” e… e così via, all’infinito.


Ebbene, la storia dell’arte (soprattutto quella moderna) è generosa di simili espedienti. Ecco dunque dieci quadri in cui qualcuno in quadro ammira un quadro.

Rembrandt, Pittore nello studio, 1629

Il soggetto dell’opera firmata dal pittore olandese è a dir poco oscuro: se guardiamo il quadro ne vediamo soltanto il retro, mentre se guardiamo il pittore il suo stagliarsi nell’ombra ne rende impossibile l’identificazione. Ciò che vediamo è quindi né l’uno né l’altro ma nessuno dei due, solo l’azione di meticolosa contemplazione che colma lo spazio centrale della tela, tra la tela e il suo autore.

G. L. Bernini, Santa Teresa d’Avila, 1650 ca.

Ceci n’est pas un tableau, bièn sur. Ma è comunque l’apoteosi di una mise en abîme, colma di pathos proprio come si conviene ad un’apoteosi. E non è un caso che a scolpirla sia stato il più drammatico degli scultori di un’arte teatrale e maliziosamente ingannevole come quella barocca: Gian Lorenzo Bernini. Tanto libera era la sua consapevolezza e tanto consapevole la sua libertà, che pose ai lati della scultura due palchetti dai quali il pubblico potesse osservare con lapidea perseveranza l’impudico supplizio di quest’antica Duse.

H. Daumier, Amatore di stampe, senza data

L’autore francese, aderente al Realismo e famoso tanto per le sue satire politiche che per la rappresentazione delle nuove masse urbane riversatesi nelle città in seguito alla rivoluzione industriale, ci regala qui una scena di quieta contemplazione: l’appassionato sfoglia le sue stampe alla ricerca di quella che saprà fargli battere il cuore, forse, chissà?, proprio una litografia dello stesso Daumier.

E. Degas, Mary Cassatt au Louvre, 1879

Non una semplice visitatrice, ma una doppiamente eccezionale: un’americana a Parigi e una pittrice tra gli Impressionisti. A testimonianza di tanta eccezionalità non concorre soltanto il titolo dell’opera di Degas, ma l’atteggiamento superbo e spavaldo con cui l’autore ha voluto ritrarre l’allieva Mary Cassat in visita al museo con la timida cugina, mentre ancheggia sul suo ombrello più ritorta di una cariatide gotica.

H. de Braekeleer, The Art Lover, 1884

A noi ignoto, nelle fattezze e nel profilo anagrafico, è invece l’amante dell’arte ritratto dal pittore belga Henri de Braekeleer con uno stile che potremmo definire “impressionismo fiammingo”, reso a morbide pennellate in una gamma di colori vivacemente rischiarata dall’immancabile finestra che corre lungo la parete-quinta (ogni riferimento a J. Vermeer è puramente voluto).

E. Vuillard, La Galleria Clarac, 1922

Altre sale museali ritornano nell’opera di Vuillard che, con disinvolto sguardo a pozzetto, illustra le reazioni di tre spettatori in visita alla galleria di arti antiche del Louvre, offrendo omaggio alla museologia e alla sua missione di ricerca, collezione, conservazione, interpretazione ed esposizione del patrimonio culturale, materiale e immateriale (cit. ICOM 2022).

O. Onsi, Alla mostra, 1932

Nel Libano degli anni Trenta, alle prese con una nuova e modernissima generazione di autori, non era affatto scontato sapere come reagire ad un nudo artistico. E’ quanto ci racconta Omar Onsi, ritraendo un gruppo di donne appartenenti alla borghesia della città mentre si accalcano davanti al quadro con atteggiamenti in ridicolo equilibrio tra curiosità e disapprovazione, rendendosi a loro volta degne destinatarie dello sguardo altrui, nonché del nostro.

M. C. Escher, Galleria di Stampe, 1956

Una mise en abyme distorta in un perpetuo movimento da capogiro che si risolve nel punto in cui Maurits Cornelis Escher appone la propria firma facendovi letteralmente vorticare attorno lo sguardo rapito del visitatore che guarda la tela in cui osserva se stesso guardare la tela, spettatore della propria storia, tracciata nero su bianco entro pagine che sfuggono ad ogni possibile catalogazione (qui un video per perdersi nel vortice insieme a lui).

Norman Rockwell, The connoisseur, 1962

Ed eccoci qua, nel 1962, a guardare un uomo che guarda un quadro dipinto da Jackson Pollock dipinto da Norman Rockwell…

H. Cartier Bresson, Parc des expositions, Pavillon de l’atome, 1972

… finché, appena dieci anni più tardi, grazie all’istante decisivo catturato dall’obiettivo di Henri Cartier Bresson, l’opera d’arte siamo noi! La fotografia rende eterno lo sguardo dei visitatori sovietici intenti a scrutare tra le pieghe di un’opera che coincide con l’obiettivo fotografico e, dunque, con lo sguardo dell’autore, in cui ci risulta impossibile non immedesimarci, condividendone il vizio voyeuristico su di un mondo separato dal nostro da una invalicabile cortina.

T. Struth, Pergamon Museum, 1996

Infine, caduto il muro, il consumismo dilaga (anche quello culturale); è quanto emerge nella serie di scatti del fotografo tedesco Thomas Struth, concentrato a ritrarre le reazioni della folla di visitatori in laica processione presso i templi dell’arte.