La cucina è arte, e l’arte è cucina? Talvolta sì. Nei paragrafi che seguiranno riporterò l’esempio di alcuni degli artisti che, seppur spinti da intenzioni poetiche molto distanti, hanno incluso il cibo – elemento esistenziale e sociale per eccellenza – nelle proprie opere.
COTTO
Agli inizi del Seicento Diego Velasquez si aggirava tra le taverne di Siviglia alla ricerca di spunti e soggetti da riprodurre nelle proprie opere. Deve essere in una di queste perlustrazioni che incontrò la vecchia friggitrice di uova e restò rapito dall’espressione ieratica del suo viso e dalle sue gestualità intrise di reverenza sacrale. Forse gli tornò in mente quanto scritto da Santa Teresa d’Avila pochi anni prima, quando parlando alle consorelle le confortava con queste parole: “sappiate che anche in cucina si trova il Signore e tra le pentole vi aiuta nelle cose interiori e in quelle esteriori”, (i Cristiani d’altronde basano il proprio credo nella transustanziazione e ripetono il sacramento dell’eucarestia, nutrendosi del corpo e del sangue del proprio Dio). Altrettanta venerazione per il cibo si può riscontrare in culture anche molto distanti dalla nostra, come testimonia la monaca sudcoreana Jeong Kwan, protagonista della puntata che apre la terza stagione della produzione Netflix “Chef’s table”. Ma, tornando a Velasquez, oltre che nei solchi del viso e nelle mani arrossate dal lavoro dell’anziana friggitrice, ritroveremo la sua religiosa dedizione concentrando lo sguardo sulla resa dell’albume, che si trasforma e si condensa per diventare cibo, nutrimento, piacevolezza del palato.

Diego Velasquez, Friggitrice di uova, 1618
Le uova ritornano, in una forma completamente stravolta, nelle performance e nelle opere di Piero Manzoni. Nel 1960, presso la Galleria Azimut di Milano, l’artista mette in scena la performance Consumazione dinamica del pubblico, divorare l’arte, durante la quale distribuisce uova sode autenticate dall’impronta digitale del proprio pollice (proprio come negli schedari criminali): un segno non contraffabile su opere destinate al deperimento immediato attraverso il consumo alimentare. Se quelle opere sono “sparite” prima ancora di lasciare la galleria, nel corso dello stesso anno Manzoni ne mette a punto una versione più durevole, timbrando col medesimo sistema una serie di uova complete di guscio e riponendole entro piccoli scrigni lignei imbottiti di ovatta, come piccole reliquie. Il significato sacrale di quegli oggetti non è certo sfuggito alla mente colta e libera di Manzoni, che pure con questo gesto segnala il potere arbitrario dell’artista, conquistandosi un ruolo d’eccellenza nel panorama dell’arte concettuale (ovvero quell’arte in cui il concetto è più importante del risultato: pensateci, prima di giudicare).

Piero Manzoni, Uovo Scultura, 1960
SERVITO
Il primo menù futurista, redatto in occasione di un pranzo tenutosi a Torino nel 1931, lo stesso anno della pubblicazione del Manifesto di cucina futurista, tacciava la pastasciutta di fiacchezza e pessimismo e aboliva l’uso delle posate! Nella loro costante rincorsa verso una fusione totale di arte e vita, gli esponenti della prima Avanguardia intrisero le loro effimere opere commestibili di irriverenza performativa e le etichettarono con reazionari neologismi: fecero così la loro comparsa sulla tavola una “aerovivanda tattile con rumori e odori” (da consumarsi accarezzando con la mano sinistra una tavola tattile, mentre nell’aria echeggia una melodia classica e i camerieri spruzzano note di profumo sulle nuche dei commensali), e un “ultravirile” (lingue di vitello e gamberi intervallati da un’aragosta scrostata ricoperta di zabaione verde con in testa una corona di creste di gallo). Dei gusti, si sa, non si discute…

MANGIATO
Gli antichi romani ripresero dai popoli ellenici l’usanza di far decorare la pavimentazione delle proprie ville patrizie con mosaici che prendevano il nome di asarotos oikos, che, tradotto letteralmente, significa “pavimento non spazzato”. Le sale di rappresentanza si riempivano così di resti alimentari – scarti di selvaggina, crostacei, verdure e persino dei topi che partecipavano sornioni al banchetto – eseguiti con sorprendente livello di dettaglio e resi a rilievo tramite il proiettarsi di delicate ombre composte da tessere minute. No, lo scopo non era quello di mascherare lo sporco (come qualche malpensante potrebbe avanzare), ma di mettere in mostra il proprio prestigio sociale attraverso una traccia indelebile della ricchezza culinaria che imbandiva le loro tavole.

Pavimentazione di una villa romana del II sec. a. C.
Molti anni più tardi, più precisamente a partire dagli anni Sessanta del Novecento, l’artista di origine rumena Daniel Spoerri ricorre ancora agli avanzi dei pasti consumati in compagnia per elaborare opere d’arte colme di significato. I suoi Tableau-Piège (o quadri-trappola) sono pannelli su cui vengono fissati i resti del pasto, così da poter essere appesi verticalmente come quadro. Il frutto della convivialità, trasformato in opera d’arte dall’intervento demiurgico dell’artista, veicola origini, abitudini e ambizioni sociali dell’uomo, definendo il vuoto di ciò che era nel mondo e – attraverso l’alimentazione – è entrato a far parte della sua stessa carne, in un devoto atto di eucarestia laica.

Daniel Spoerri, Tableau-Piège, 1991
Gli scarti alimentari non sempre sono arte, il più delle volte costituiscono invece un problema o – a volerla vedere sotto una luce più positiva – l’opportunità di approfondire un importante tema di educazione civica. Attraverso le opere appena citate è possibile introdurre i temi della scarsità e maldistribuzione delle risorse alimentari, previsto dall’obiettivo n.2 dell’Agenda 2030 (“Sconfiggere la fame”); in concerto con contributi di tecnologia (i libri di questa disciplina spesso riservano una parte all’argomento) si possono sviluppare percorsi interdisciplinari di sensibilizzazione e suggerire l’adozione di buone pratiche. Vorreste rendere il tutto più dinamico e divertente? Visitate la pagina di Alessio Cecchini Rucoolaaa!
E…
Il cibo ci racconta, ci sazia, ci nutre, ci dona piacere, ci offre occasioni di incontro e infine, in parte, ci abbandona. Nel 1961 il già citato Piero Manzoni, con gesto irriverente e scandaloso, compone 90 opere dal titolo Merda d’artista: 90 scatolette di latta del diametro di 6 centimetri, ciascuna contenente 30 grammi delle proprie feci, etichettate e firmate come copie d’artista… Ma dentro c’è davvero la sua cacca? Poco ci importa, ciò che più ci interessa è che ancora una volta Manzoni ha saputo dimostrarci che l’artista può trasformare in arte qualunque cosa, anche la propria vita, persino quella più “viscerale”.

Piero Manzoni, Merda d’artista, 1961
Per concludere, ecco un’opera che mangia, digerisce e va di corpo! Installata per la prima volta presso il Museo di Arte Contemporanea di Anversa nel 2000, l’opera Cloaca dell’artista belga Wim Delvoye viene alimentata due volte al giorno; i suoi complessi meccanismi riproducono l’apparato digerente umano sviluppando processi chimici e meccanici entro contenitori trasparenti comandati da computer ed elettrovalvole. E infine… insomma, avete capito, no?

Wim Delvoye, Cloaca, 2000
E… NOI?
Anche in assenza di forno e fornelli possiamo fare la nostra parte. Da quando gli scaffali delle librerie sono stati invasi da pubblicazioni-cataloghi di lusso a tema culinario – veri e propri strumenti di tortura per le perdute anime inclini alla tentazione del food porn – i mercatini a basso costo pullulano di vecchi ricettari dalle bicrome pagine ingiallite, offrendoci lo stimolo (e lo sfondo) ideale per esprimere la creatività di quanti siano amanti della tavola, e della tavolozza! A ciascuno sia data una pagina dunque, e la libertà di cimentarsi nell’illustrazione della propria ricetta.

Buon lavoro e… buon appetito!
