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Arte altrui: Tatreez


Il tatreez è un tipico ricamo palestinese a punto croce, utilizzato a partire dalla prima metà del XIX secolo per ornare capi di abbigliamento con decori di carattere regionale. Nel tempo questo particolare stile di ricamo, che riduce a geometrie essenziali elementi tipici del panorama locale, è diventato protagonista ornamentale dell’artigianato artistico palestinese.

UN PO’ DI STORIA. Originariamente il ricamo veniva eseguito con filati di seta tinti attraverso l’impiego di prodotti naturali del territorio (piante come l’indaco e la robbia o insetti come il chermes e la cocciniglia) su tessuti preziosi prodotti all’estero o nelle manifatture locali. Risalgono a questo periodo alcuni dei decori tradizionali in uso fino ad oggi, come le stelle a otto punte, il cipresso, la palma e la sanguisuga.

Con l’inizio del mandato britannico, i commerci internazionali introdussero nuovi materiali e aprirono il campo a innovativi riferimenti formali: i fili di cotone importati dalla Francia e disponibili in ampie gamme cromatiche vennero dunque impiegati per ricamare soggetti tratti dalla stampa specializzata occidentale. Contemporaneamente, in ogni regione gli artigiani svilupparono uno stile peculiare, introducendo particolari lavorazioni: la cordonatura a Hebron e Betlemme, il patchwork e la passamaneria in Galilea e nell’area di Nablus, ecc. Motivi ornamentali particolarmente ricchi si diffusero nella zona della Palestina centrale: qui ghirlande floreali ornate di oro e di argento impreziosivano abiti e giacche di velluto, rispettando un’intricata grammatica del colore, che associava ad ogni ricamo un particolare stato civile e sociale.

Tanta opulenza si spense con la Nakba del 1948, ma il ricamo tradizionale tatreez sopravvisse, seppur in forme più economiche e talvolta meccanizzate. La convivenza all’interno dei campi profughi portò con sé una commistione di tecniche e soggetti che contribuì a ideare un nuovo stile sovraregionale palestinese. Presto, i soggetti dettati dalla tradizione si fusero con quelli imposti dalla resistenza: fu così che, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, le donne sfidarono il divieto a esporre la bandiera palestinese ricamando sui propri abiti i colori nazionali, il profilo del territorio palestinese e vari acronimi politici, rendendo questa pratica ancor più significativa e innalzandola a simbolo dell’identità nazionale palestinese.

UN LABORATORIO CONTRO IL PREGIUDIZIO. Iniziando ad approfondire alcune tematiche dell’arte islamica e palestinese in particolare, ho provato a semplificare alcuni dei soggetti più ricorrenti per proporne la realizzazione in ambito scolastico (qui i file scaricabili).

Il ricamo a punto croce infatti, seppur distante dalle consuete competenze didattiche, offre l’opportunità di affrontare tematiche trasversali e mettere alla prova abilità plurime: esso consente la decifrazione di schemi ortogonali secondo un meccanismo tipico degli elaborati digitali (il medesimo sistema di coordinate/colore dei pixel), sviluppa capacità micromanuali importanti per il benessere cerebrale e configura un significativo ambito di lotta contro i pregiudizi di genere e a favore dell’instaurazione di un confronto intergenerazionale.

Mentre le mani scorrono sulla tela, le lingue si sciolgono nel dialogo e le menti si predispongono all’ascolto, secondo il principio cardine del craftivism (la pratica collettiva che consiste nel creare semplici prodotti artigianali di denuncia sociale approfittando del tempo impiegato per approfondire le stesse tematiche che li hanno ispirati).


Per la realizzazione dei miei elaborati didattici ho scelto di vivacizzare e impreziosire la tela IDA con sfumature ad acquerello, per poi procedere al ricamo secondo gli schemi forniti armata di filati dai colori sgargianti, aghi dalla punta arrotondata e una buona dose di incoraggiamento: è facile che all’inizio il lavoro non riesca, si perdano la pazienza e la voglia di proseguire, ma con un po’ di perseveranza e – soprattutto – ammettendo l’errore come qualità intrinseca al lavoro artigianale, lo scoraggiamento lascia infine spazio alla soddisfazione.