ARTE ALTRA / la didattica dell’arte esplorata attraverso approfondimenti tematici, percorsi multidisciplinari e tecnologie innovative

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Arte altrui: Palestina vive

In un momento storico così tragico, ho pensato opportuno inaugurare l’anno scolastico aprendo il nostro sguardo a un’arte altrui, rivolgendolo fuori dalle nostre mura, oltre il nostro mare, verso un popolo che più di altri ha bisogno di essere mantenuto vivo, nella carne innanzitutto, ma anche nella propria dignità, attraverso la trasmissione della sua cultura. Ho dunque provato a raccogliere in questo articolo una – seppur parziale – storia di un’arte tanto giovane quanto caparbia: quella palestinese.

Le prime tracce di attività pittorica, tra XVIII e XIX secolo, risalgono alla produzione di icone sacre destinate ai luoghi di culto in Terra Santa e vendute come souvenir-reliquia ai pellegrini di passaggio. I primi artisti palestinesi, riconducibili a quella che è definita Scuola di Gerusalemme (forse per l’usanza di firmare le opere affiancando al proprio nome di battesimo “al-Qudsi”, che significa, appunto, “gerosolimitano”) facevano derivare il proprio stile da quello assunto dalla tradizione bizantina, non senza ibridarlo con caratteri figurativi locali ed altri provenienti dall’influsso russo apportato dai membri palestinesi della chiesa ortodossa. E’ in questo contesto che si sviluppano i primi approcci pittorici di una regione naturalmente aperta al dialogo interculturale, prima di essere trasfusi nella produzione artistica di carattere laico.

Autore ignoto, Icona sacra della natività del XIX secolo


Col dissolversi della dominazione ottomana, tra XIX e XX secolo, la Palestina assistette a un incremento del turismo occidentale e all’installazione di nuovi residenti, soprattutto inglesi, missionari cristiani e coloni ebrei. Questa contaminazione portò gli artisti locali ad apprezzare la pittura da cavalletto e ad applicare la tecnica sviluppata in seno alla produzione di icone sacre per finalità non religiose. Tra questi pionieri ricordiamo i nomi di Nicola Sayegh, Khalil al-Halabi, Dawud Zalatimu e del poliedrico artigiano Haifa Jamal Badran (tutti rigorosamente autodidatti, visto che l’unica scuola d’arte del Paese, fondata nel 1906, era aperta ai soli ebrei). Diversa fu la sorte di tre artiste appartenenti a questa stessa, pionieristica generazione, le quali ebbero occasione di formarsi all’estero: stiamo parlando di Zulfa al-Sa’di, Nahil Bishara e Sophie Halaby, tutte accomunate da una propensione per la rappresentazione del paesaggio natio e dei caratteri propri della popolazione e della cultura locale.

Khalil al-Halabi, Senza titolo | Dawud Zalatimu, Senza titolo |
Nahil Bishara, Coltivatore di angurie, 1956 | Sophie Halaby, Senza titolo


Inevitabilmente, nel 1948 la guerra arabo palestinese pose un freno all’evoluzione delle arti nel Paese: molti artisti persero la vita, mentre altri furono costretti a fuggire e rifugiarsi negli stati limitrofi. Qui, essi trovarono talvolta la possibilità di frequentare formazioni artistiche, come accadde a Ibrahim Jabra in Iraq e a Ghassan Kanafani in Libano. La condizione di profughi alimentò in questi artisti la nostalgia per la propria terra di origine e con essa il desiderio di recuperarne la memoria colturale, sentimenti che circa un decennio più tardi diedero forma a un’ondata creativa che travolse i Paesi ospitanti, come Baghdad, il Cairo e, soprattutto Beirut, divenuta in quel periodo il più importante polo di sviluppo artistico del Medioriente.

Ibrahim Jabra, Senza titolo | Ghassan Kanafani, Senza titolo, 1964

Altri artisti che emersero in questo contesto furono il pittore di origine armena Paul Guiragossian (che seppe fondere nelle sue opere il dolore di due popoli con la tecnica e l’iconografia acquisite durante il suo apprendistato presso istituti missionari cattolici), Juliana Seraphim (autrice di giardini incantati abitati da forme sensuali e fantastiche, come metafora di un ambito paradiso personale) e Ibrahim Ghannam (che riprese a dipingere i paesaggi rurali della propria infanzia grazie all’interessamento di un’infermiera dell’UNRWA, mentre era costretto dalla poliomielite in sedia a rotelle in un campo profughi di Beirut), al pari di Abdallah al-Qarra e Ibrahim Hazima (approdato alla pittura grazie a una borsa di studio dopo una carriera di scaricatore di porto in Siria, autore di paesaggi e ritratti che animano un immaginario luminoso, ricco di metafore liriche e riferimenti pastorali). Nel medesimo periodo, altri artisti costretti alla fuga, iniziarono a esprimere le loro istanze di lotta e ribellione contro il destino assegnato loro dalla storia attraverso opere di esplicito carattere politico, tra loro ricordiamo Ismail Shammout, Mustafa al-Hallaj e Naji al-Ali (autore di vignette satiriche e padre artistico di Handala, il personaggio simbolo della resistenza palestinese).

Paul Guiragossian, Esodo, 1973 | Juliana Seraphim, Senza titolo, 1980 | Ibrahim Ghannam, Senza titolo, anni Settanta | Ibrahim Hazima, Senza titolo | Ismail Shammout, Alone di luce, 1969

Nel 1967 una nuova guerra vide contrapporsi Israele agli stati limitrofi; al termine del conflitto lo stato ebraico pose sotto occupazione le popolazioni della striscia di Gaza e della Cisgiordania, innescando una nuova ondata di sfollati in fuga dalle proprie terre. Ovunque vivessero, gli artisti palestinesi, risposero facendo sentire la propria indignazione e articolarono il loro linguaggio espressivo in relazione al sogno collettivo di riconquistare la propria patria. Due anni più tardi fu fondata l’Unione Generale degli Artisti Palestinesi, con lo scopo di costituire una rete e allestire mostre collettive in tutto il mondo. Di questa Unione facevano parte gli artisti Laila Shawa (con le sue serigrafie fotografiche), Abd al-Rahman al-Muzayen (noto per le sue incisioni) e Abd al-Wahhab.

Laila Shawa, Gerusalemme, 1968 | Abd al-Rahman al-Muzayen, Palestina, 2007


Malgrado l’isolamento dovuto all’occupazione, una nuova generazione di artisti seppe contemporaneamente farsi strada nei territori di Gaza e Cisgiordania. Il nutrito gruppo – formato tra gli altri da Taysir Sharaf, Nabil Anani, Kamel Mughanni, Vera Tamari, Suleiman Mansour, Samira Badran, Tayseer Barakat – fondò nel 1973 la Lega degli Artisti Palestinesi: primo organismo a proporre esposizioni collettive di arte palestinese in patria, dando così dimostrazione di un’accanita forza di resistenza al regime. Le manifestazioni organizzate dalla Lega riscossero un grande successo di pubblico, ma attrassero anche l’attenzione delle autorità occupanti, che non tardarono a censurarle, confiscarono le opere e arrestarono diversi artisti (tra loro Fathi Ghabin, colpevole di aver rappresentato l’assassinio del nipote di sette anni durante una manifestazione decorando la scena coi colori proibiti della bandiera palestinese).


Taysir Sharaf, Senza titolo, 1985 | Nabil Anani, Motivi palestinesi, 2013 |
Vera Tamari
, Alberi di ulivo, 2015 | Suleiman Mansour, Jamal Al Mahamel III , 2005 | Samira Badran, Venticinque botti, 1977 |
Tayseer Barakat, Senza titolo, 1993


Anche gli artisti palestinesi residenti in Israele reagirono trasformando in impeto creativo le proprie frustrazioni; tra loro ricordiamo Walid Abu Shaqra, Khalil Rayyan, Asad Azi, Asim Abu Shaqra, Bashir Makhoul e Ibrahim Nubani. Mentre i pittori gerosolimitani in esilio preferirono adottare linguaggi espressivi astratti per dar forma al proprio sgomento, restituendo una condizione esistenziale sospesa nel tempo e nello spazio e ponendo in discussione i concetti di ordine e continuità storica, come si rileva dalle opere di Samia Halaby, Sari Khoury, Vladimir Tamari e Kamal Boullata.


Walid Abu Shaqra, Mandorlo, 1978 | Asad Azi, Don Quichotte palestinese, 2011 | Bashir Makhoul 
, Una goccia del mio sangue, 2014 |
Samia Halaby
, Croce bianca, 1968 | Kamal Boullata,
La ana illa ana
, 1983

Con gli anni Novanta del Novecento la pratica artistica assume nuovi mezzi espressivi multimediali, rinunciando all’iconografia folkloristica in favore di strumenti di natura più concettuale, come media digitali ed elettronici, opere site specific, fotografia, performance, videoarte, arte sonora e interventi nello spazio pubblico anche di carattere architettonico. Tra i contributi che emergono sulla scena internazionale, finalmente sensibile a recepire gli artisti palestinesi, troviamo Mona Hatoum, Emily Jacir, e Ahlam Shibli, gli autori del filone iperrealista Michael Halak, Bashar Khalaf e Amjad Ghannam, l’espressionismo di Osama Said, Mohammed Saleh Khalil e Ibrahim Nubani e, infine, gli approcci concettuali di Asad Azi, Inass Yassin, Hani Zurob e  Durar Bacri. La fotografia documentaristica è alla base del lavoro di Rula Halawani e Steve Sabella, mentre Jumana Emil Abboud e Jumana Manna prediligono il linguaggio video, così come Larissa Sansour, che lo impiega per restituire visioni di un futuro distopico. L’instabilità ansiosa che investe la condizione esistenziale di un popolo è ciò su cui indagano Wafa Hourani o il poliedrico Taysir Batniji. Hannan Abu Hussein, Manar Zuabi, Dima Hourani e Raeda Sa’adeh fanno ricorso alla performance, nell’ultimo caso utilizzando il proprio corpo per suggerire una riflessione sui ruoli di genere.


Mona Hatoum, Il testimone, 2009 | Michael Halak, Mercato delle pulci di Haifa, 2019 | Osama Said, Esodo da Jaffa, 1993 | Inass Yassin, Sparkling City No.14: Lo davamo per scontato, 2017 | Rula Halawani, Untitled 8 (For your mother series), 2020 | Steve Sabella, In esilio, 2008 | Wafa Hourani, Qalandia 2047 | Raeda Sa’adeh, Penelope, 2012

Il paesaggio, amato e negato, non è più dipinto nella sua semplicità arcaica, ma ritorna distorto nell’uso delle mappe come meccanismi di controllo ed espedienti politico-narrativi (è il caso dei lavori di Ayreen Anastas, Hazem Harb, Khaled Jarrar e Ruanne Abou Rahmeh).

Nel campo della pittura è infine possibile distinguere tre diversi approcci alla narrazione dello status palestinese: un umorismo nero che giustappone tragico e assurdo nelle opere di Khalil Rabah e Sharif Waked; un’indole di carattere archivistico-documentarista (si veda l’opera Ex libris di Emily Jacir); infine, come in Mohamed Abusal e Rahman Katanani, la rivendicazione di un’umanità sottratta e di una dignità negata dalla costante privazione dei diritti a cui è stato nei decenni soggetto il popolo palestinese.


Hazem Harb, Untitled 6, Archaeology Of Occupation, 2015 | Khalil Rabah, Filisteo, 1997 | Rahman Katanani, Untitled, 2014


Il testo di questo articolo deriva da una mia libera interpretazione di quanto riportato nell’Interactive Encyclopedia of the Palestine question (un progetto dell’Institute for Palestine Studies e il Palestinian Museum).


La maggior parte delle immagini utilizzate sono tratte dall’archivio della Ramzi and Saeda Dalloul Art Foundation, istituzione con sede a Beirut che ha come missione la tutela e la trasmissione dell’arte proveniente dal mondo arabo.


Quando ho iniziato a raccogliere il materiale per questo articolo un genocidio era in corso a Gaza e nei territori occupati palestinesi da più di settecento giorni. Mentre pubblico, ci raggiungono le immagini dell’operazione finale lanciata su Gaza la scorsa notte. Davanti a tanta disumana distruzione, è naturale domandarsi il senso di dedicare i propri sforzi (i miei sforzi) a una cosa apparentemente tanto frivola quanto l’arte. La risposta che infine mi sono data è che ora sia più importante che mai.