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FOTO ESTATE | Istantanee dal secolo che inventò la fotografia


IV sec. a. C. Il filosofo greco Aristotele descrive l’impiego della camera oscura per l’osservazione delle eclissi. All’epoca la camera oscura era una vera e propria stanza buia, entro la quale l’osservatore poteva calarsi per ammirare, proiettata sulla parete opposta a un piccolo foro attraverso il quale i raggi luminosi penetravano dall’esterno, l’immagine capovolta e attenuata del mondo circostante. Scienziati e aspiranti astronomi vi facevano ricorso per assistere alle eclissi solari senza restarne abbagliati.


XVIII sec. La camera ottica conquista l’ambito artistico: i pittori vedutisti vi ricorrono per ritrarre panorami cittadini destinati ad essere collezionati da amanti dell’arte e turisti impegnati nel grand tour. Ponendo la superficie da dipingere sul fondo dello strumento (che nel corso dei secoli aveva assunto dimensioni portatili e si era arricchito di lente e diaframma in corrispondenza del foro), gli artisti potevano ricalcare la traccia proiettata della realtà, sulla quale sarebbero poi intervenuti con maestria per modificare dettagli, effetti cromatici e prospettici.


1826-1827. Nicéphore Niépce esegue quella che è considerata la prima fotografia della storia. Fino a quel giorno l’immagine proiettata all’interno della camera oscura era rimasta un’impressione fuggevole di luce, impossibile da catturare. La spinta positivista che segnò la transizione al XX secolo, portò molti esperti e autodidatti a intraprendere sperimentazioni in ambito chimico, alla ricerca di un modo per fissare l’effetto della luce in modo indelebile. Così, inserendo nella camera ottica una lastra di peltro spalmata di bitume di Giudea per circa dieci ore, Niépce immortalò la Veduta dalla finestra di Gras: un’immagine diretta positiva, non replicabile, eseguita “spontaneamente” dai raggi solari (da cui il nome eliografia).


1935. L’inglese William Henry Fox Talbot, incrociando le proprie conoscenze chimiche e la pratica d’utilizzo della camera oscura, esegue il primo negativo fotografico della storia: Finestra. Il procedimento da lui messo a punto, sebbene artefice di risultati qualitativamente poco apprezzabili, godrà d’immensa fortuna, offrendo per la prima volta l’opportunità di replicare infinite copie positive per contatto da negativo. Con Talbot la fotografia diventa artefice e soggetto della replicabilità tecnica dell’arte. 


1839. Louis-Jacques Mandé Daguerre brevetta il dagherrotipo, antenato della fotografia. Erede delle scoperte di Niépce, deceduto prima che la sua scoperta si ergesse agli onori della cronaca, Daguerre portò gli esiti del suo lavoro a livelli qualitativi enormemente più sofisticati: i dagherrotipi erano immagini dirette positive non replicabili, impresse su lastre metalliche estremamente lucenti e in tempi relativamente contratti (tanto che nel 1939 Daguerre riuscì a immortalare la prima figura umana, quella di un passante rimasto a lungo immobile in Boulevard du Temple a Parigi). Il brevetto del dagherrotipo fu acquisito dallo stato francese, che ne fece immediatamente dono all’umanità.


1840. La fotografia è utilizzata per la prima volta per certificare una fake news. Hippolyte Bayard, risentito verso il governo francese, colpevole di non aver offerto sufficiente appoggio alle sue scoperte in ambito fotografico, si vendica ritraendosi in veste di annegato suicida e accompagnando lo scatto con una dichiarazione d’accuse/lettera d’addio.


1857. Oscar Gustav Rejlander, inseguendo istanze pittorialiste con l’intento di restituire dignità artistica alla fotografia attraverso i parametri della pittura, sviluppa il primo fotomontaggio della storia: Le due strade della vita. Per realizzarlo Rejlander chiama una compagnia teatrale a interpretare una scena ispirata alla Scuola d’Atene di Raffaello per poi comporre tra loro trenta diversi negativi fotografici.


1892. Gli apparecchi Kodak fanno la loro comparsa sul mercato grazie allo spirito imprenditoriale di George Eastman: le sue macchine fotografiche sfruttano l’impiego della pellicola trasparente da lui stesso brevettata per assumere forme compatte che rivoluzioneranno la pratica stessa della fotografia, liberando gli autori dall’ingombro di apparecchi pesanti e consentendo loro di entrare in contatto diretto e immediato col soggetto.

E poi? Il XXI secolo sarà un secolo improntato sulla fotografia. Se, dal punto di vista tecnico il progresso rallenta (almeno fino all’avvento della fotografia digitale e alla diffusione del World Wide Web), da un punto di vista concettuale una vera e propria rivoluzione avrà luogo intorno agli anni Venti del Novecento: in questo periodo, l’avanguardia Dada riscatterà la fotografia dal ruolo di subalternità a cui era stata relegata nel secolo precedente, aderendo a un’arte profondamente incentrata sui principi del fotografico e consentendo alla fotografia di entrare a pieno titolo nel novero delle espressioni artistiche più nobili e autonome.

Se in questa storia non abbiamo incontrato figure femminili, è soltanto perché il loro decisivo contributo è rimasto a lungo in secondo piano rispetto alla storia ufficiale; in realtà, sin dagli esordi della fotografia, tante sono le autrici che si sono cimentate nell’impiego del nuovo mezzo espressivo, con risultati che hanno precorso i tempi del patriarcato accademico e aperto la strada alle tante fotografe che costellano la storia dell’arte del Novecento.

Tra loro c’è anche Samar Abu Elouf, la vincitrice del World Press Photo 2025 (premio istituito nel 1955 e dedicato alla fotografia di reportage) con lo scatto che ritrae Mahmoud Ajjour, un bambino di nove anni amputato dopo essere stato ferito a Gaza durante un attacco israeliano.


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