Come riportano i manuali, la Belle Epoque è stato un lungo periodo di pace e serenità, anche economica, nel corso del quale si sono sviluppati il commercio al dettaglio dei prodotti industriali e la pratica dei passatempi da parte della classe operaia che si era riversata nelle città. Manifesti, réclame, packaging, riviste di largo consumo, esercitano ancora sul pubblico odierno un indiscutibile fascino, con i loro stilemi eleganti color pastello, confinati entro intrighi di linee geometriche e frivole appendici floreali. Per questo, al termine dell’approfondimento dedicato ad Art Nouveau e alla sua diretta discendente tra le due guerre, l’Art Déco, propongo agli studenti la creazione di un manifesto pubblicitario digitale. Sarà dunque necessario approfondire dapprima alcuni degli elementi essenziali della grafica pubblicitaria (e non solo) e, per svolgere tale missione, ci lasceremo guidare da un maestro d’eccezione: A. M. Cassandre (incontrato nell’articolo precedente in veste di esponente illustre della grafica Déco). Adolphe Jean Marie Mouron – questo il suo nome all’anagrafe – vinse la medaglia d’oro alla famosa Exposition des Arts Décoratifs del 1925, tappezzò le strade di Parigi di manifesti raffinati e avanguardistici elaborati per le imprese commerciali più rinomate del periodo, disegnò caratteri tipografici intramontabili e logotipi di eterno successo (primo tra tutti il marchio Yves Saint Laurent). Analizzando passo dopo passo alcuni degli elementi costitutivi del suo linguaggio, sapremo certamente essere all’altezza dei suoi insegnamenti e della commissione assegnataci.
Iniziamo dunque…
- Il layout

Il layout è la disposizione degli elementi nello spazio, i rapporti reciproci che essi instaurano all’interno del foglio, la composizione della pagina. Nulla nel layout risulta neutrale, ogni scelta compositiva veicola un particolare messaggio. Per prendere consapevolezza di ciò, l’esperto di teorie grafiche Riccardo Falcinelli (Critica portatile al visual design, Einaudi 2014), ci invita ad apparecchiare la tavola! Infatti, per farlo utilizzeremo sicuramente degli schemi precostituiti, muovendoci al loro interno con libertà compositiva e compiendo scelte cariche di significato: il numero dei bicchieri, la piega del tovagliolo, la disposizione delle posate, si incaricheranno di trasmettere al nostro commensale un messaggio ben preciso a proposito della natura del pasto che lo aspetta. Lo stesso avviene quando componiamo gli elementi nello spazio grafico: anche in questo caso l’uso di griglie può rivelarsi di grande aiuto, senza che questo ci privi della componente creativa necessaria. L’interpretazione prodotta nell’inconscio dell’osservatore dipenderà solo in minima parte dalla sua pregressa esperienza personale, risultando per lo più fautrice di giudizi condivisi da parte di individui accomunati dalle medesime predisposizioni biologiche e dalle stesse consuetudini culturali. Così, un pallino nella parte bassa di un foglio ci apparirà più pesante e stabile di uno messo in alto e un quadrato posato su un lato assumerà uno stato di quiete, mentre ruotato sullo spigolo risulterà dinamico e instabile. Pensando a queste dinamiche interpretative, dovrebbe apparirci immediatamente chiaro che anche i vuoti hanno una funzione comunicativa importante, dunque ricordate bene: non abbiate paura dello spazio bianco! Esso è essenziale, quanto le pause tra le note di una melodia. Come le note inoltre, le immagini nello spazio hanno un loro preciso svolgimento temporale: ciò che sta a sinistra ci sembra anticipare ciò che verrà a destra, nello spazio del dopo, uno spazio in cui il vuoto si carica alternativamente di premesse o aspettative.
Cassandre sfrutta abilmente questo principio nella campagna pubblicitaria per il vino Dubonnet, dove al verso di lettura corrisponde lo sviluppo temporale.
- I caratteri

Tra i dettami grafici che Cassandre ci ha lasciato in eredità nei suoi scritti sull’arte di strada e nel buon esempio della sua pratica artistica, c’è indubbiamente quello di una corretta integrazione tra immagini e testi. Da maestro quale egli era, non sempre si accontentò di utilizzare i caratteri tipografici esistenti, ma volle progettarne di propri, alcuni dei quali, come il Bifur, condannati all’eternità.
I caratteri, altrimenti detti font nell’ambito della grafica digitale, sono la veste estetica di ogni messaggio scritto e in ragione di questo la loro presenza è pressoché inevitabile in qualunque elaborato grafico. Possono essere con grazie o sans serif, rigorosi o calligrafici, roman o grassetto, antichi o sperimentali… per questo è importante saperli scegliere (e rispettarli senza storpiarne le proporzioni o gli spazi); come dice ancora una volta R. Falcinelli: “è come avere a disposizione un immenso guardaroba senza sapere se in pizzeria è meglio andarci in jeans oppure in frac”. Per meglio orientarci, rimando a questa presentazione navigabile che intende aiutare a far luce sulle differenze che intercorrono tra le varie font e, di conseguenza, a compiere scelte estetiche consapevoli.
- Il colore

La grafica Art Déco sostituì ai delicati colori pastello tipici del periodo prebellico, l’adozione di gamme cromatiche accese e in forte contrasto, spesso ricorrendo all’impiego parziale dell’oro: un colore lussuoso tanto nei propri riferimenti quanto nel processo produttivo (questa tinta si può ottenere soltanto con procedimenti semi-artigianali come quelli tipografici, mentre è assolutamente impossibile riprodurla con le stampanti digitali, toner o inkjet che siano).
Ma che cos’è il colore? Una definizione univoca risulta impossibile: secondo Newton il colore è una particolare caratteristica della luce, la cui lunghezza d’onda è compresa tra i 750 e i 380 nanometri; secondo Goethe il colore è invece una percezione che si crea nell’occhio e nel cervello dello spettatore… ebbene, avevano ragione entrambi! Il colore è il frutto dell’interpretazione che il nostro cervello elabora sulla base delle proprie esperienze e dei condizionamenti culturali in risposta a un messaggio nervoso proveniente dai bulbi oculari, colpiti da un fascio di luce riflesso da un corpo. Approfondirò questi contenuti in un successivo post (abitualmente sono solita trattarli come approfondimento all’esplosione di colore che comportò l’introduzione delle grandi vetrate nell’architettura gotica), intanto limitiamoci a ricordare che nei nostri primi esperimenti grafici sarà importante limitarne il numero per poterli meglio gestire. Potremo scegliere di lavorare sui contrasti (ad esempio impiegando tinte complementari), oppure riprendere i colori di un elemento fotografico e sviluppare una palette di accostamenti analoghi (ovvero vicini nel cerchio cromatico) o monocromatici (che variano in luminosità)… A corto di idee? Questo è un generatore di palette online che consente di utilizzare numerosi strumenti opzionali, mentre lo strumento messo a disposizione da Canva rileva i colori più ricorrenti all’interno di un’immagine bitmap.
- La fotografia

A questo tema dedicherò strofe più approfondite a luglio, un mese mariano per gli appassionati di fotografia che intraprendono il loro annuale pellegrinaggio a Les Rencontres de la Photographie. Tuttavia, alcuni brevi accenni di carattere tecnico risultano indispensabili al nostro scopo. L’avvento della grafica digitale ha decretato l’esistenza di due tipologie di immagini: quelle vettoriali e quelle bitmap, da non confondere con disegni e fotografie (infatti anche i disegni digitalizzati sono immagini bitmap!). Le prime sono composte da forme la cui natura è stabilita da logaritmi matematici e possono essere ingrandite all’infinito senza risultarne modificate; le seconde sono invece composte da pixel colorati, che emergono sempre più evidenti man mano che ingrandiamo l’immagine, con successivo effetto “sgranato”. Per questo, quando scegliamo un’immagine per le nostre composizioni grafiche dobbiamo essere certi che essa presenti un’opportuna risoluzione (ovvero il giusto numero di pixel per porzione di spazio); qualora così non fosse, meglio scartarla in favore di una che, seppur entusiasmandoci meno, si adatti allo scopo con efficacia. Come facciamo a sapere se la risoluzione è corretta? Si dice che per le immagini a schermo sia sufficiente una risoluzione di 72 dpi, mentre la stampa ne richieda almeno 300, tuttavia, siccome questo valore varia intervenendo sulle misure dell’immagine, il trucco migliore consta nel visualizzare l’elaborato a grandezza di stampa accertandosi che la qualità non ne risenta.
Un altro fattore da tenere in considerazione nella scelta delle immagini è il copyright. Se è vero che per semplici consegne scolastiche ci troviamo spesso tentati di sorvolare su questo aspetto, è altrettanto importante educarci a un uso corretto delle immagini sin dai più semplici esercizi (tanto più che non sappiamo quanto successo riscuoterà il nostro elaborato, né quali strade intraprenderà!). Google consente di impostare nella ricerca delle immagini il parametro di licenza creative commons, ma i risultati sono spesso deludenti. Io preferisco fare riferimento a banche fotografiche online come unsplash.com, che utilizzo per ricercare immagini accattivanti e di attualità, oppure publicdomainreview.org e artvee.com per quelle di carattere storico (riportando sempre l’indicazione dell’autore in una piccola didascalia che non turbi la composizione della mia grafica). In alternativa, per elaborati davvero originali 100% DIY, possiamo sempre scattare da soli le nostre fotografie!
Nelle immagini che accompagnano questo paragrafo è possibile riconoscere l’approccio fotografico che Cassandre – il quale non utilizzava la fotografia – riservava agli oggetti (con inquadrature insolite per taglio e punto di vista) e la rielaborazione fotografica del famoso manifesto Dubonnet a opera di un’agenzia di comunicazione spagnola.
- Il formato
Un ultimo brevissimo appunto riguarda il formato di esportazione del file digitale. I più comuni sono il .jpg e il .pdf, entrambi visualizzabili da chiunque e su qualunque supporto digitale. Senza entrare nello specifico delle loro sostanziali differenze, limitiamoci a dire che l’immagine .jpg sarà perfetta per essere integrata in ulteriori elaborati (es. inserita in un file di testo o in una presentazione) o pubblicata su una pagina web, o, ancora, come contenuto social; al contrario, se il documento che abbiamo creato è destinato alla stampa o pensiamo che chi lo riceve potrebbe volerne fare un simile uso, meglio ricorrere al .pdf.
E adesso… all’opera! Dopo questa infarinatura generale lasciamo libero spazio alla fantasia per la creazione di un manifesto originale con Canva. Sul web troverete sicuramente molti tutorial aggiornati, io vi lascio il mio: seppur un po’ datato, vedrete che per un utilizzo basilare come il nostro le uniche modifiche apportate sono quelle che riguardano il rinnovo della dashboard (ad esempio, il pulsante per creare un nuovo documento ora si trova in alto a sinistra), mentre i parametri fondamentali di elaborazione e modifica della grafica rimangono invariati, ovvero semplicissimi da adoperare e fonte di soddisfazione assicurata.
