“Sua Maestà, mettiti un po’ più a destra. Moutchi, al suo fianco! Tu, Stanislao, non stare lì impalato: assumi la posa che ti ho insegnato e non muoverti più per nessuna ragione! Konstanty, recupera Siam e mettetevi in luce, che lì dove siete non si vede nulla. Zingarella, abbi pazienza, sopportali tutti, abbiamo quasi finito…”
Pare di sentirla Leonor Fini, mentre impartisce istruzioni agli amati gatti e agli umani amanti, e mentre loro, ovviamente, eseguono. Come sarebbe possibile fare altrimenti? Sfuggire a quello sguardo magnetico color degli abissi? A quel fare sicuro e proprio per questo tanto rassicurante? A lei, che di uomini e felini era la regina, poiché sfinge? Sì, una sfinge sontuosa, ieratica eppure mutevole, proprio come la statua che tante volte aveva osservato al centro del giardino da bambina e che più tardi dipingerà nei propri quadri.
Forse furono proprio queste sue caratteristiche a spaventare gli illustri pittori surrealisti (che quanto a misoginia non scherzavano affatto), quando “Lolò l’italiana” approdò a Parigi nel 1931. Era nata a Buenos Aires, ma presto era fuggita con la madre ritrovandosi in una vivacissima Trieste, la stessa di Italo Svevo e di Umberto Saba, dove presero forma tanto il suo primo stile pittorico, quanto la sua capigliatura ribelle da pietrificante Medusa.
Da bambina Leonor subì spesso l’ossessione della madre, che la vestiva in abiti maschili per sottrarla a un improbabile sequestro da parte del padre argentino, e lei – invece di prendersela – si appassionò a quel gioco: continuerà infatti a travestirsi per tutta la vita, interpretando gli infiniti ruoli di una nuova femminilità, testardamente libera nella propria ambiguità. Proprio come libere e ambigue sono le figure che abitano le sue tele: donne dotate di una sensualità bestiale, che esibiscono intricate e misteriose simbologie, sacerdotesse di un nuovo culto identitario.
Forse, in fondo, sotto l’oscuro mistero dell’arte di Leonor Fini non c’è altro che questo: una vita che è essa stessa opera d’arte e manifesto artistico, una vita tanto straripante d’arte da valerne sette.
La mostra “Io sono LEONOR FINI” è visitabile a Palazzo Reale a Milano fino al 20 luglio 2025





