
Oggi si celebra l’ WHO MADE MY CLOTHES DAY: il giorno in cui, attraverso una lunga campagna di sensibilizzazione, si promuove a livello mondiale la consapevolezza dei tristi risvolti conseguenti al mercato della fast fashion. E allora perché non provarci anche a scuola, proprio lì dove per esigenze anagrafiche la moda è veicolo di inclusione e riconoscimento sociale e dove le coscienze sono più sensibili alla denuncia degli abusi che devastano il nostro pianeta? Io ci ho provato ed è stato un successo! Per farlo, ho condiviso con gli studenti questa scheda, ne abbiamo discusso e, per risollevare gli animi con un esempio alternativo, abbiamo persino organizzato una festa.
Con calma, partiamo dal principio…
Innanzitutto chiediamoci: come fa a costare così poco? Le nostre città sono affollate da catene di abbigliamento a basso costo; potrebbe sembrare un vantaggio per le nostre tasche, ma… vi siete mai chiesti come può una maglietta costare solo 5,99€? Pensate che per produrla qualcuno ha coltivato la materia prima, comprando le sementi, lavorando la terra e innaffiandola abbondantemente. Qualcun altro poi ha filato quelle fibre e le ha tessute. Qualcuno le ha tinte, poi sagomate, cucite e confezionate. Per ciascuno di questi passaggi dei lavoratori le hanno trasportate, per terra e per mare, consumando immense quantità di carburante, senza contare chi ha ideato le collezioni, prodotto le campagne pubblicitarie e chi ogni giorno lavora nei negozi in cui vengono vendute. Come possono tante risorse e tanto lavoro costare così poco?
Purtroppo la risposta si chiama “sfruttamento”. Il problema divenne particolarmente evidente il 24 aprile 2013, quando a Dacca, in Bangladesh, un edificio che ospitava numerosi lavoratori del settore della moda crollò causando la morte di 1134 vittime. Al suo interno, in condizioni di totale insicurezza, lavoravano operai che cucivano abiti di famose catene internazionali in cambio di miseri salari. Questo tragico evento è conosciuto con il nome di “Strage di Rana Plaza” (qui il documentario completo).
Da allora ogni 24 aprile molte persone aderiscono alla campagna WHO MADE MY CLOTHES: con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica fotografano le etichette dei propri abiti affinché tutti collaborino alla richiesta di atteggiamenti eticamente corretti da parte delle industrie. Chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente questo argomento o indagare il tema dell’ingiustizia sociale o – ancora – vagliare la complicità dei propri marchi preferiti nella catena di misfatti che costellano il settore moda, può far riferimento al prezioso e sempre aggiornato sito web della campagna Abiti puliti.
E l’ambiente? Non pensiate che dal punto di vista ambientale le cose vadano meglio… La produzione di cotone geneticamente modificato da parte delle multinazionali costringe i contadini in condizioni di miseria e ostacola la biodiversità. La tintura dei tessuti è responsabile di un terzo dell’inquinamento acquifero totale. Le lavorazioni necessarie alla produzione di una semplice t-shirt impiegano 2500 litri di acqua (sì, avete capito bene, 2500 litri per ogni maglietta). Persino le nostre azioni quotidiane hanno conseguenze in termini di consumo energetico e produzione di microplastiche (testare per credere!).
Per non parlare infine dello smaltimento degli abiti dismessi, che di fatto non esiste, visto che quella parte di mondo in grado di permettersi abitudini consumistiche si limita a scaricare altrove i propri scarti, compromettendo la salute dell’intero pianeta. Questo è quanto emerge nei primi episodi del documentario in sei puntate Junk, armadi pieni (estremamente efficace, racconta le nefandezze che disseminano l’intera filiera con tempi serrati e linguaggio giovanile: consigliassimo già dalla scuola media, per colpire nel segno delle loro attuali e future abitudini).
Allora, preso atto di tutto ciò, chiediamoci: abbiamo davvero bisogno di così tanti vestiti? Dal momento che impoveriscono il pianeta sotto molti aspetti, non potremmo farne a meno? O forse siamo anche noi vittima di sfruttamento, seppur di un tipo diverso?
Lo so, lo so, a volte si ha comunque bisogno di un po’ di frivolezza e l’acquisto di un nuovo capo produce in noi una piccola sensazione di gratificazione, ecco perché invito gli studenti a organizzare uno swap party! Gli swap party sono letteralmente “feste dello scambio”, in cui ognuno può portare i vestiti che non utilizza più per scambiarli liberamente; lo scambio non deve essere necessariamente 1:1 ma ognuno può prendere o lasciare ciò che desidera. Al termine della festa gli indumenti che saranno rimasti potranno essere donati in beneficienza. Cosa dite? Ci proviamo?

