ARTE ALTRA / la didattica dell’arte esplorata attraverso approfondimenti tematici, percorsi multidisciplinari e tecnologie innovative

lotteria artistica permanente

Pixel Art (e dintorni)

Nel 1926 Vasilij Kandinskij apportava il proprio contributo all’analisi degli elementi pittorici con la pubblicazione di Punto, linea e superficie, un testo che riassumeva le sue ricerche teoriche sulla metafisica della forma, così come sviluppate in seno alla scuola del Bauhaus. Contestualizzare queste sue ricerche a distanza di un secolo, alla luce delle evoluzioni e rivoluzioni dell’arte, ci stimola ad annoverare tra i grafemi elementari della sintassi artistica un altro elemento minimo: il pixel. Atomo costitutivo di molte opere contemporanee (fotografie digitali, video art, installazioni), esso è senza dubbio, nella maggioranza dei casi, l’interprete attraverso cui l’osservatore entra in contatto con l’immagine artistica in quest’epoca di riproducibilità tecnologica. Nell’itinerario teorico-pratico che allego mi sono divertita a rintracciare le coincidenze formali che congiungono i mosaici bizantini (vd. post precedente) agli emoji, per proporre infine una serie di esercizi pratici di pixel art digitale e ricamo analogico (con ricadute socio-didattiche inaspettate).

Innanzitutto, una definizione: i pixel (da “picture element”) sono la componente elementare di ogni immagine digitale, aree quadrate a cui il codice binario associa un preciso colore e una precisa posizione nello spazio d’interfaccia. Osservati dalla giusta distanza, o per meglio dire al giusto grado di zoom, ci restituiranno un’immagine fluida e immediatamente interpretabile, mentre “avvicinandoci” riveleranno allo sguardo la propria natura geometrica, ponendoci di fronte a un patchwork apparentemente insulso e di difficile lettura. Sebbene la loro griglia non sia altrettanto regolare, lo stesso ci accade se proviamo ad estrarre sezioni parziali dai mosaici storici, sia che si tratti di quelli “ad alta definizione” tipici dell’antica Roma (composti da tessere piccole e dalla variegata gamma cromatica), sia che osserviamo dettagli ravvicinati delle composizioni musive bizantine, “a bassa definizione”.


La battaglia di Isso, mosaico romano del I secolo d.C.


Decorazione musiva dell’abside della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna, VI sec. d. C.


La sintesi concettuale e formale di questo discorso è racchiusa nelle opere dello street artist Invader, che riporta sulla pubblica strada, per l’appunto, estratti musivi raffiguranti icone contemporanee e improbabili protagonisti riesumati dai tempi d’esordio dei videogiochi.


Opere dello street artist Invader


Oggi, in un tempo di tecnologia user-friendly, chi voglia cimentarsi nella progettazione di un mosaico può fare ricorso a tantissimi strumenti on-line. Ne suggerisco tre:

  • PIXLR è un’app e un programma web based per il fotoritocco che incorpora tra le varie funzioni anche la “pixelatura” dell’immagine;
  • ZAPLYCODE piattaforma che consente la creazione di schemi pixel personalizzati e la loro traduzione codificata (particolarmente suggerita per percorsi di propedeutica al coding);
  • PISKELAPP permette l’animazione delle proprie opere.


Se gli esercizi fin qui proposti vi sembrano troppo elementari per dar voce al vostro genio interiore… pensate a quante volte adoperate piccoli conglomerati di pixel per esprimere voi stessi!


Gli emoji sono parte del nostro lessico quotidiano: facciamo loro ricorso per esprimere il nostro stato d’animo, le nostre reazioni, o – talvolta – per modificare completamente l’interpretazione di un testo apportando una componente visiva contraddittoria. Pochi però sanno che gli emoji sono anche un’opera d’arte! La loro prima formulazione, avvenuta nel 1999 ad opera del designer Shigetaka Kurita su matrici 12×12, sono stati acquisiti dal Museum of Modern Art di New York e fanno oggi parte del patrimonio artistico dell’importante istituzione statunitense.


Shigetaka Kurita, Emoji, 1999


Eppure, il principio di comporre immagini a partire da piccole porzioni di spazio colorato è antichissimo. Se i mosaici visti in precedenza proponevano ancora la campitura di spazi su schema libero, un’altra tecnica artigianale, antichissima e poco valorizzata, basava il proprio principio formale sulle medesime prerogative della pixel art: il ricamo a punto croce!


Cosa??? Come??? Stai andando in crash??? Nient’affatto! Aiutata da una piccola dose d’impavidità, ho provato a proporre un laboratorio di punto croce a una classe di prima media, sul finire dell’anno scolastico, promuovendola come un’esperienza che ci avrebbe fatto ricredere sulla natura “femminile” di certe pratiche artistiche. Il risultato non è stato soltanto l’abbattimento delle barriere di genere, ma anche l’esercizio di funzioni micromanuali capaci di mettere in diretto contatto mano e cervello, non senza episodi di frustrazione tragici. Eppure, una volta consolati e dopo aver acquisito – grazie all’esercizio – i rudimenti della tecnica, per le ragazze e i ragazzi la soddisfazione è stata davvero grande (e per alcuni di loro credo anche fautrice di un ponte generazionale nel confronto domestico). I laboratori spesso vanno rivisti dopo esser stati imbastiti, ma questo – vi assicuro – ha funzionato… a puntino!


Metto qui disponibile la presentazione d’introduzione al laboratorio pratico, buon lavoro!