Domani il centro della mia città, Modena, si trasformerà in un mercato dal vago sapore medievale, per la confusione che regnerà tra le strade affollate, percorse dal richiamo dei venditori ambulanti e dall’odore delle pietanze, che satureranno l’aria pungente d’inverno. Nel bel mezzo di quel turbinio imperante un’anacronistico cordone ordinato di persone sfilerà pazientemente verso la parte più segreta e remota della nostra cattedrale: la cripta che accoglie le spoglie del santo patrono, San Geminiano. Che siano mossi da fede, macabra curiosità o opportunistiche speranze, non ci è dato saperlo; certamente però conoscono il loro santo e le sue prodezze. Le agiografie riportano infatti numerose intercessioni da parte del patrono in favore della popolazione modenese, a più riprese salvata nella sua collettività – senza preferenze individuali – da funeste minacce. Come quella volta in cui Attila, il re degli Unni, si trovava inavvertitamente a invadere l’Italia e per farlo dovette passare nei pressi di Modena: i cittadini, spaventati dalla furia conquistatrice dell’esercito barbaro, rivolsero preghiere al loro santo, che si adoperò affinché un fenomeno metereologico del tutto estraneo e inusuale avvolgesse la città: la nebbia! MIRACOLO! Per i forestieri incapaci di cogliere la sottile ironia della storia: dovete sapere che la nebbia a Modena è un inconveniente abbastanza ricorrente, per non dire abituale; eppure qualcosa di miracoloso quella nebbia lo ebbe davvero: sfumò i contorni della città fino a cancellarli completamente, così Attila passò e – senza rendersi conto della presenza del centro abitato – tirò dritto per la propria strada. Cucusettete Attila!
Il miracolo è oggi raccontato da un’opera muraria realizzata nei locali della vicina mensa Ghirlandina (dal nome della torre campanaria) per mano di due artisti contemporanei locali: Luca Zamoc e Luca Lattuga. Nell’interpretazione degli artisti, lo scontro dei corpi, tumultuoso fino all’apnea, svanisce dolcemente, trovando finalmente respiro nel bianco assoluto che lo inghiotte.

Ca Zemian, opera muraria di Zamoc e Luca Lattuga, Modena 2017
Nel 1099 i modenesi decisero dunque di edificare una cattedrale che fosse all’altezza delle reliquie del loro santo patrono, in segno di gratitudine, e non solo… nel 1082 infatti l’intera città aveva peccato di eresia, seguendo l’imperatore Enrico IV nello scisma che riconosceva il potere dell’antipapa Clemente III. Dopo la morte del vescovo che aveva guidato la popolazione in tale direzione, la cittadinanza si trovò nella necessità di chiedere scusa alla Chiesa, spinta soprattutto dal desiderio di eleggere un nuovo vescovo che rappresentasse gli interessi locali. Anche se pochi ricordano questa storia, la cattedrale ne porta traccia esplicita nelle famose metope del Wiligelmo (esempio illustrissimo di scultura romanica e decoro originario della prima facciata scolpita del Medioevo), che infatti sono cosparse di riferimenti simbolici al tradimento scismatico. Come dicevamo, nel 1099 fu posta la prima pietra, e si proseguì a spron battuto nella costruzione, erigendo contemporaneamente facciata e abside, per poi procedere col corpo centrale, così da ultimare il prima possibile la zona adibita a ospitare le spoglie del santo, la cui traslazione avvenne infatti nel 1106.

Il risultato è, ad oggi, il più emblematico caso di architettura sacra romanica ancora esistente (e in gran parte originaria). Un vero “Libro di pietra”, come viene definito, che possiamo sfogliare attraversandolo con lo sguardo (oppure online interagendo con la mia LEZIONE THINGLINK NAVIGABILE SUL DUOMO DI MODENA: in tal caso è caldamente consigliato sfidarsi a scovare i dettagli e ricordarne le definizioni).
Pagina dopo pagina, questo libro di pietra ci condurrà a conoscere i numerosi e bizzarri personaggi che abitano la sua storia: green man sul cui volto crescono foglie rigogliose, sirene incantatrici, giullari esilaranti, centauri, uomini con due teste o che cavalcano unicorni, e chi più ne ha più ne metta! Esseri immaginari, insomma… o no? A quell’epoca il confine tra reale e fantastico era estremamente labile; parafrasando un noto storico: bastava che qualcuno avesse una volta parlato con un uomo che aveva uno zio, il cui vicino di casa aveva un figlio che era stato su un’isola lontana e lì aveva visto una sirena… affinché le sirene esistessero davvero! Così, per i cittadini modenesi dell’XI secolo, appena scampati al pericolo di un giudizio universale, quelle creature esistono davvero in luoghi misteriosi e ancora inesplorati; scolpirli sul rivestimento esterno della loro cattedrale è un modo per tramandarne la testimonianza, ma anche per ricordare ai fedeli i pericoli che infestano un mondo minacciato dal peccato (mentre all’interno della casa del Signore si trova la sicurezza della fede). Come si evince, durante il Medioevo, anche per dei pragmatici incalliti come i modenesi, tutto è reale e tutto il reale è simbolico! Reali e simbolici sono anche i soggetti scolpiti a rilievo sulle otto metope del tetto, dedicate alla descrizione di popolazioni provenienti da paesi lontani. Qui troviamo la sirena a due code, l’ittiofago (esemplare di una popolazione di uomini con testa di pesce e corpo a zoccolo di cavallo, che si ciba esclusivamente di prodotti ittici), gli antipodi (che camminano a testa in giù perché stanno all’altro capo della Terra), la grande fanciulla, Psillo che gioca coi draghi, un acrobata, una strana ragazza a cui cresce sulla schiena un terzo braccio e l’ermafrodita (che porta ben in vista i suoi contraddittori attributi sessuali, alla faccia dei tabù e dell’ipocrisia).
A giudicare da queste sculture, si direbbe che l’ignoranza del popolo in quello che viene considerato il periodo buio della storia dell’umanità, lo portasse a considerare lo straniero come un mezzo animale, uomo soltanto a metà e come tale pericoloso: passano i secoli ma, purtroppo, certi pregiudizi permangono.

Maestro delle metope, Metope del tetto della cattedrale di San Geminiano, Modena
