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Il Rococò /Arti applicate e architettura

Una scena di Marie Antoinette (S. Coppola, 2006)

Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, consorte del re di Francia, sguazza tra mille frivolezze mentre a Parigi imperversa la Rivoluzione. Poco importa che la celebre battuta “Se il popolo non ha più fame, che mangino croissant!” sia stata proferita o meno; la leggenda ci restituisce comunque il clima, sordo e sfarzoso, tipico delle società in declino.

La clip, tratta dal film di Sofia Coppola del 2006, costituisce l’amo perfetto per catturare l’attenzione e trasmettere, al di là di tante parole, la natura dello stile Rococò: una perversa derivazione del Barocco che, nel corso del XVIII secolo, invade le corti europee con un decorativismo esasperato, ricoprendo ogni oggetto e superficie di ornamenti bizzarri, lontanamente ispirati al mondo vegetale. Questa sua indole è proprio ciò a cui alludono dispregiativamente i critici che, in austero periodo neoclassico, conieranno il termine “Rococò” (letteralmente, una complessa decorazione da giardino composta di pietre, conchiglie e specchietti).

Salottino di porcellana di Maria Amalia di Sassonia, conservato presso il Museo di Capodimonte © ph. Luciano Romano 2016

Lo stile Rococò contagia dunque le arti applicate, esprimendosi in ogni ambito artigianale ed ergendosi a stile di vita elitario. Lo testimonia efficacemente il salottino di Maria Amalia di Sassonia, costruito per la Reggia di Portici e oggi conservato a Capodimonte. La stanza, nata con funzione privata, costituisce un progetto unitario e coerente di interior design pre-industriale, con decorazioni continue ispirate alla fascinazione per la Cina propria del periodo. In altre parole, una stucchevole cineseria! E infatti stucchevoli e d’origine cinese sono i materiali con cui è stato realizzato; i soffitti riprendono l’apparato ornamentale delle pareti, imitandone persino il materiale, ma sono in realtà realizzati con un impasto leggero tornato recentemente in auge dopo lungo oblio: lo stucco. Costituito di calce, polveri e gesso, lo stucco era conosciuto sin da tempi antichissimi, ma venne inaspettatamente reintrodotto in Italia e impiegato con virtuosismo dagli invasori longobardi nel tardo Medioevo. Il Rococò ne fece largo uso, donando alle superfici scenografici effetti tridimensionali.

Vase Hébert à cartels, Sèvres 1757


Ma il vero protagonista del boudoir è la porcellana: un particolare tipo di ceramica che, per composizione chimica e temperatura di cottura, si presta ad essere finemente lavorata offrendo risultati estremamente compatti, resistenti, lucidi e raffinati. Gli europei avevano avuto modo di apprezzare le porcellane cinesi grazie all’intensificarsi degli scambi commerciali, ma è solo nel 1708 che riescono per la prima volta a carpire i segreti della sua produzione, avviando una serie di fortunate imprese commerciali (dapprima a Meissen in Germania, poi nel resto d’Europa). In particolare, ricordiamo la Real Fabbrica di Porcellana di Capodimonte (voluta dalla stessa Maria Amalia di Sassonia e autrice delle lastre decorate con altorilievi policromi che rivestono il suo salottino) e la francese Manifattura reale di Sèvres, con le sue produzioni tipicamente decorate da smalti colorati e inserti dorati su sfondi verdi o blu cobalto.

Filippo Juvarra, Palazzina di caccia di Stupinigi, 1729-33

“Dal cucchiaino alla città”, reciterà alcuni secoli dopo un famoso motto modernista. Eppure, in questo, l’atteggiamento rococò manifesta già tutta la sua modernità: oggetti, ambienti, architetture, persino impianti urbanistici, tutto veniva trattato come uno scrigno prezioso, a cui si aggiungeva nel caso di progetti spaziali un’indiscussa dose di scenograficità. Ed è proprio davanti a una quinta scenografica che si sente il visitatore intento a percorrere il viale d’accesso che porta all’ingresso della palazzina di caccia di Stupinigi, il più rococò degli edifici sabaudi, in equilibrio tra imponenza barocca ed eleganza d’importazione francese. Progettata dall’architetto e urbanista d’origine siciliana Filippo Juvarra per la corte di Carlo Emanuele III re di Savoia, la palazzina era adibita a residenza in occasione di feste e battute di caccia, come testimonia la scultura di un cervo irta all’apice dell’edificio. Al di sotto, l’ambiente più fastoso (e festoso!): il salone elicoidale a doppia altezza, percorso da un ballatoio perimetrale e sormontato da un soffitto a carena rovesciata, che invita irrimediabilmente a esplorarne il volume vorticando a passo di valzer. Se il trattamento delle superfici di facciata è contraddistinto da un’eleganza sobria, che anticipa successive soluzioni, il gioco volumetrico è tipicamente settecentesco: rigoroso, funzionale e al contempo straordinariamente scenografico. Dal salone dipartono infatti quattro bracci composti di volumi più o meno aggettanti a diverse altezze, i quali donano alla planimetria la tipica forma a croce di Sant’Andrea, due dei quali, biforcandosi e ripiegandosi ripetutamente, vanno a cingere il perimetro di un giardino ottagonale. La palazzina è oggi meta turistica e sede d’eventi, e dal 1997 è insignita del titolo di Patrimonio UNESCO dell’umanità.

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Luigi Vanvitelli, Reggia di Caserta, 1752


Nello stesso anno l’ambito titolo viene conferito anche a un altro edificio rococò italiano; si tratta della Reggia di Caserta, progettata dall’architetto Luigi Vanvitelli per Carlo III di Borbone nel 1751. L’impianto planimetrico è decisamente più rigoroso, ricalcando la forma rettangolare, con quattro giardini interni simmetrici divisi da bracci che si incontrano in un vestibolo centrale. Secondo il progetto originale questo avrebbe dovuto concludersi in un volume a cupola, che insieme alle torri angolari e alla piazza ellittica antistante, avrebbe permesso un dialogo morfologico da cui sarebbe  derivato un sofisticato senso di movimento. Decisamente più frivolo e scenografico è l’allestimento del giardino “alla francese”, voluto dallo stesso Juvarra e completato dal figlio Carlo, con le sue fontane a soggetto mitologico e i bacini d’acqua che si srotolano su un palcoscenico prospettico.