Tutto ha inizio in un preciso punto, forse persino l’universo. Infatti, facciamo il punto ogni volta che una storia prende inizio… e andiamo al punto ogni volta che si conclude. Eppure il punto, questo elemento fondante e primordiale, secondo la matematica risulta privo di dimensioni. Un nulla insomma, ma un nulla estremamente importante, che ha affascinato e influenzato numerosi artisti.
Nella pratica artistica così come nella progettazione grafica, il punto assume consistenza, diventa visibile e assume caratteristiche ben precise. Infatti, nella rappresentazione definiamo il PUNTO come IL SEGNO PIU’ PICCOLO CHE DERIVA DAL CONTATTO TRA UNO STRUMENTO E UNA SUPERFICIE. In altri termini la conseguenza diretta di una collisione volontaria, che può assumere caratteristiche estremamente differenti a seconda
- dello STRUMENTO UTILIZZATO
- della SUPERFICIE
- del MOVIMENTO DELLA MANO
- della PRESSIONE ESERCITATA.
Ne derivano punti piccoli piccoli e quasi invisibili, mentre altri sono così grandi da poterci inghiottire. Alcuni ostentano colori sgargianti, altri invece assumono un aspetto austero. Per finire, ci sono punti che sembrano tracciati col compasso e ce ne sono altri definiti da contorni irregolari e schizofrenici. Eppure, malgrado le loro differenze
- di FORMA
- di COLORE
- di DIMENSIONE
i punti sono protagonisti di numerose opere artstiche…

Georges Seurat. Una domenica a La Grande Jatte, 1884-86. The Art Institute of Chicago
Per primi ci furono i PUNTINISTI, così chiamati dal critico francese Félix Fénéon e affermatisi con prepotenza nell’ambito dei primi Salon des Indépendants. In quegli anni, che successivamente prenderemo l’abitudine di definire Belle Epoque, la società manifestava la propria fiducia nel progresso scientifico, fautore di un benessere crescente ritenuto universale e inarrestabile. Fu così, che un po’ di quel progresso finì sulle tele di un giovane pittore, intenzionato a superare la lezione impressionista: Georges Seurat. Egli voleva combinare le proprie conoscenze della cultura classica (come emerge dal rigore delle sue composizioni) con le scoperte scientifico-cromatiche di Michel Eugène Chevreul; per farlo disponeva sulla tela, accostandoli, tanti puntini colorati di tinte differenti, destinati a fondersi nell’occhio dell’osservatore, così da suggerire diverse sensazioni cromatiche di vivacità variabile. Possiamo osservare l’effetto della tecnica puntinista nella sua opera più grande e famosa, Una domenica alla Grande Jatte, in cui ritrae persone di diverse estrazioni sociali intente a trascorrere il proprio tempo libero (una novità per la società industriale dell’epoca, a cui le precedenti generazioni non erano avvezze) passeggiando su un’isola della Senna presso Parigi.

Roy Lichtenstein. Whaam!, 1963. Tate
Negli anni Sessanta del Novecento è il turno di Roy Lichtenstein, che porta sulla tela un esercito di punti omogenei regolarmente schierati a comporre delle texture significanti. Sebbene le specifiche intenzioni siano distanti da quelle promosse dai colleghi francesi del secolo precedente, anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’esaltazione della società industriale. Come molti altri autori della Pop Art, Lichtenstein ha appreso la lezione dadaista, reinterpretandola nel contesto della propria società d’appartenenza: nell’ambito della società statunitense postbellica, in crescente espansione economica e politica, l’artista assume il comportamento della macchina, ri-producendo immagini destinate al consumo di massa. Con i suoi puntini ossessivamente ripetuti e i suoi colori primari stesi in campiture piatte, Lichtenstein reinterpreta, talvolta intervenendo con effetti di parodia, il prodotto grafico di consumo più significativo del suo tempo: il fumetto, stampato in quadricromia con la tecnica del retino tipografico. Lo stesso dalle cui pagine gli Stati Uniti minacceranno il mondo con la supremazia dei loro supereroi invincibili geneticamente modificati.

Yayoi Kusama. Infinity mirrored room – A wish for human happiness calling from beyond the universe, 2020. Ota Fine Arts
Ossessiva è indubbiamente anche la reiterazione di punti che contraddistingue le opere dell’artista di origine giapponese Yayoi Kusama. Vittima di allucinazioni visive e uditive sin dall’infanzia, l’artista ha trasformato la propria fragilità nel punto (appunto!) fondante della propria poetica, chiamandoci a partecipare al suo mondo interiore. Più che un mondo, in realtà, un universo in espansione, che si diffonde nello spazio e sugli oggetti, fino a prendere le sembianze della performance, della scultura, della letteratura, del video-making e dell’installazione immersiva, proprio come accade nel suo Infinity Mirrored Room – A Wish for Human Happiness Calling from Beyond the Universe: una stanza composta di superfici specchianti e abitata da bulbi luminosi che si moltiplicano all’infinito, invitando il visitatore a scomparire in un terapeutico processo di auto-annullamento.

Wim Delvoye. Tim, 2006-08. Reinking Collection
Chi, più di ogni altro, crea immagini componendo pazientemente innumerevoli punti in masse organiche più o meno contratte? I tatuatori. Se non siamo soliti annoverarli tra le fila degli artisti, la ragione è probabilmente da ricercarsi più nella natura delle loro opere che nei loro aspetti tecnico-formali, o nei tratti di originalità. Un tatuaggio infatti diviene tutto’uno con il corpo del committente, vive le sue stesse vicissitudini quotidiane e si subordina al suo ciclo vitale. Paradossalmente, sono proprio queste le ragioni che hanno spinto l’artista contemporaneo Wim Delvoye a dipingere una “tela umana”, tatuando elementi ispirati alla cultura centro-americana sulla schiena di Tim Steiner. Al di là delle sue caratteristiche estetiche, l’opera intendeva mettere in discussione alcuni concetti fondativi della definizione di arte, ad esempio attraverso una supposta inalienabilità… o no? Il cortocircuito si è creato appena dopo l’esecuzione dell’opera, quando Tim Steiner ha venduto cara la propria pelle (è proprio il caso di dirlo!) al collezionista tedesco Rik Reinking, il quale la “espone” in mostre itineranti e conserva il diritto di prelevarla e incorniciarla dopo il decesso di Tim. Un’operazione di indiscusso gusto macabro a conferma – qualora ce ne fosse ancora bisogno – che l’arte contemporanea si alimenta del costante superamento dei limiti.
Fino a che punto?
Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi adoperarlo a lezione, qui trovi una presentazione semplificata, adatta agli alunni della classe prima delle scuole medie, con tanto di esercizio pratico.

